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Porti, Crosetto ad Assiterminal: "Sicurezza mari coincide con sicurezza economica e strategica della Nazione'
Roma, 12 mag. (Adnkronos) - "L'Italia porta con sé una vocazione marittima millenaria. Il mare è sempre stato spazio di comunicazione, scambio e crescita. Oggi, però, rappresenta anche un dominio strategico dal quale dipendono sicurezza, approvvigionamenti energetici, commercio, comunicazioni e sviluppo tecnologico. Il Mediterraneo non è più soltanto una definizione geografica: è uno spazio strategico esteso, che comprende Africa, Medio Oriente e rotte globali sempre più decisive. Uno scenario nel quale tensioni internazionali, crisi regionali e conflitti producono effetti immediati sulla vita economica e sociale dei nostri Paesi. Viviamo in un mondo profondamente interconnesso. Una crisi internazionale o un conflitto, anche lontano, possono incidere rapidamente sui costi dell'energia, dei carburanti, dei trasporti e delle catene logistiche globali. Le conseguenze ricadono direttamente sulle imprese, sul sistema produttivo e sulle famiglie. Lo abbiamo visto nel Mar Rosso con gli attacchi degli Houthi; lo stiamo vedendo in questi giorni con le tensioni e le criticità legate allo Stretto di Hormuz". Così il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel messaggio letto in occasione dell'assemblea pubblica Assiterminal nella sede della Camera di Commercio di Roma. "Quando uno snodo strategico marittimo diventa instabile, l'impatto non resta confinato a una singola regione - continua - riguarda l'intera economia mondiale. Dal Mediterraneo al Mar Rosso, dall'Indopacifico fino all'Artico, ogni crisi conferma quanto il mare sia oggi centrale per la sicurezza, per l'energia, per il commercio e per le comunicazioni globali. In questo contesto, termini come interoperabilità, sostenibilità, digitalizzazione, intelligenza artificiale, robotica, cyber security e tecnologie quantistiche non rappresentano più concetti accessori, ma strumenti indispensabili per affrontare sfide sempre più complesse e interconnesse. Per questo la dimensione marittima non può essere interpretata esclusivamente in chiave militare. Essa costituisce una componente essenziale del Sistema Paese e richiede una responsabilità condivisa tra istituzioni, Forze Armate, infrastrutture portuali, industria, armatori e operatori logistici. La sicurezza dei nostri mari coincide sempre più con la sicurezza economica e strategica della Nazione. Oggi le minacce ibride dimostrano che, per colpire un Paese, non è necessario aggredirlo militarmente: è sufficiente ostacolarne i traffici commerciali, interrompere le catene logistiche, rallentare importazioni ed esportazioni, colpire infrastrutture critiche o sistemi digitali". "Per questo sicurezza e prosperità economica non sono dimensioni separate, ma profondamente interconnesse. E il futuro si giocherà anche nei fondali marini, dove si sviluppano nuove infrastrutture energetiche, digitali e strategiche. In tale scenario, la Marina Militare e le Forze Armate svolgono un ruolo fondamentale. Operano quotidianamente per garantire la tutela degli interessi nazionali, la libertà di navigazione e la presenza dell'Italia nelle aree più sensibili del mondo, contribuendo alla stabilità internazionale e alla deterrenza. Un impegno silenzioso ma essenziale, sul quale poggiano anche la crescita economica e la sicurezza del nostro Paese".
2026-05-12 13:00:00

Domani Rubio a Roma, cosa dirà a Giorgia Meloni
AGI - Il Libano sarà al centro dei colloqui del segretario di Stato americano, Marco Rubio , che domani a Roma vedrà la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni , e i ministri degli Esteri, Antonio Tajani , e della Difesa, Guido Crosetto . Si tratta di un passaggio che segna il tentativo di Washington di rafforzare il coordinamento con gli alleati europei sulla stabilizzazione della regione. Rubio ha delineato in modo esplicito la posizione americana sul dossier libanese, indicando anche un ruolo diretto per l'Italia : "Gli italiani sono coinvolti lì da tempo nell'addestramento della polizia e delle forze locali, quindi sarei lieto di ascoltare il loro contributo. In generale accogliamo con favore l'aiuto di tutti. Quello che deve accadere in Libano , quello che tutti vogliono vedere, è un governo libanese con la capacità di affrontare Hezbollah e smantellarlo", ha spiegato martedì parlando con i giornalisti. " Non dovrebbe esserci Hezbollah e un governo: dovrebbe esserci un governo, sotto il quale tutti si integrano. Se questo accadrà, ci sarà pace tra Israele e Libano". Il segretario di Stato ha quindi aggiunto che "bisogna costruire le capacità dei libanesi per farlo" e che " l'Italia può essere utile in questo senso". La linea americana sul Libano La linea americana si intreccia con l'impegno già avviato da Roma . Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato ieri una riunione alla Farnesina per rafforzare le prospettive negoziali e sta lavorando, insieme alle Nazioni Unite e ai partner della missione Unifil , a un percorso di stabilizzazione del Libano anche in vista della fase successiva alla missione Onu, prevista in conclusione nel 2026 . L' Italia , primo contributore europeo e tra i principali a livello globale, punta a sostenere il rafforzamento delle istituzioni e delle forze armate libanesi, in linea con l'impostazione indicata da Washington . Il viaggio di Rubio in Europa Il viaggio di Rubio si inserisce però in una cornice più ampia, che riguarda i rapporti tra Stati Uniti ed Europa in una fase di forte pressione geopolitica. La visita a Roma - e prima in Vaticano - viene letta come un tentativo di consolidare il fronte occidentale su più dossier, dal Medio Oriente alla sicurezza energetica, fino alle crisi umanitarie. In questo quadro, l' Italia è considerata un interlocutore chiave, sia per il suo ruolo nel Mediterraneo sia per la presenza sul terreno in Libano . L'incontro con Meloni avviene infatti mentre cresce la necessità di coordinare le risposte europee agli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz , che rischia di colpire i flussi energetici e l'approvvigionamento di fertilizzanti. Proprio su questo fronte, Tajani ha promosso un'iniziativa di coordinamento internazionale coinvolgendo oltre 40 Paesi e organizzazioni regionali.
2026-05-07 02:02:00

Grillini a caccia di piste nere Ma non rispondono su mafia e appalti
Avanti con le indagini sulla «pista nera» ipotizzata per la strage di via D'Amelio. La corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai pm di Caltanissetta contro l'ordinanza con cui il gip Graziella Luparello, lo scorso 19 dicembre, aveva disposto nuovi accertamenti. E così la Procura nissena dovrà riaccendere i riflettori su quel filone che ipotizza un coinvolgimento di ambienti dell'eversione di destra o della massoneria. Una pronuncia, quella della Cassazione, che il Movimento 5 Stelle ha subito brandito come una vittoria politica, esultando a reti unificate. Ma che, a ben guardare, lascia aperte domande ben più scomode per il partito di Conte: quelle sul dossier mafia-appalti, l'altro grande filone d'inchiesta che lo stesso procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, ha già indicato come la vera «concausa» della strage di via D'Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta. La stessa procura di Caltanissetta, del resto, non aveva mai chiuso del tutto la porta alla «pista nera». Dieci giorni fa, nell'audizione in commissione Antimafia, De Luca ha ribadito un concetto già scritto nella richiesta di archiviazione: «Siamo aperti ad approfondire altre concause» pur avendo definito la posizione di Stefano Delle Chiaie «zero tagliato» sul piano probatorio, rivendicando, allo stesso tempo, «disponibilità e volontà di approfondire». Parole che ridimensionano l'immagine di una Procura ostile a ogni ipotesi alternativa, proprio mentre la Cassazione le impone di continuare a scavare. Nel comunicato stampa con cui i grillini celebrano la sentenza, firmano tutti i componenti della commissione Antimafia: Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Michele Gubitosa, Luigi Nave e Roberto Scarpinato. Colpisce, tra quelle firme, proprio quella di Scarpinato. Il senatore grillino ed ex magistrato è infatti il grande assente quando si tratta di rispondere alle domande che Il Tempo sta ponendo in questi giorni con un'ampia inchiesta proprio sul filone mafia-appalti. Un silenzio che stride con l'esuberanza mostrata oggi nel rivendicare la decisione della Cassazione sulla pista nera. Ancora più significativo è il fatto che quando la scorsa settimana il Movimento 5 Stelle aveva attaccato frontalmente Il Tempo, il comunicato diffuso portava la firma di tutti i componenti grillini dell'Antimafia tranne una: proprio quella di Scarpinato. Un'assenza di allora e una presenza di oggi che raccontano, meglio di molte analisi, la strategia comunicativa dei 5 Stelle: cavalcare la «pista nera» quando conviene al dibattito politico, glissare invece quando si chiede di fare chiarezza sulla stagione di mafia e appalti. Anche il Pd scende a fianco dei pentastellati. I commissari in Antimafia (Walter Verini, Debora Serracchiani, Enza Rando, Giuseppe Provenzano, Valentina Ghio, Franco Mirabelli, Anthony Barbagallo e Valeria Valente) chiedo no di «proseguire le indagini sulle connessioni tra eversione nera e stragi degli anni Novanta», con particolare riferimento all'attentato di via D'Amelio. Per gli esponenti del partito di Elly Schlein è «una buona notizia» il rigetto in Cassazione del ricorso della Procura di Caltanissetta contro lo stop all'archiviazione: una decisione che, spiegano, «mantiene aperta la ricer ca della verità». La verità processuale, intanto, resta più sfumata della propaganda. La Cassazione non ha scritto che la «pista nera» sia fondata, né ha sconfessato la centralità del dossier mafia-appalti. Ha semplicemente stabilito che chiedere nuovi accertamenti rientra nei poteri del gip e che l'archiviazione poteva essere respinta. Il resto è solo batta glia politica.
2026-04-24 12:30:00

Chiara Petrolini condannata a 24 anni. Tensione in aula, amici contro i giornalisti
La Corte d'assise di Parma ha inflitto a Chiara Petrolini una pena complessiva di 24 anni e 3 mesi di carcere, oltre al pagamento delle spese processuali, al termine di una camera di consiglio durata più di tre ore. La 22enne di Traversetolo era sotto processo con l'accusa di aver causato la morte dei suoi due figli neonati, i cui corpi erano stati poi nascosti nel giardino della sua abitazione. I giudici l'hanno invece dichiarata non colpevole in relazione alla morte del primo figlio. Petrolini è stata anche condannata al risarcimento dei danni nei confronti dell'ex fidanzato Samuel Gramelli e dei genitori di lui, Cristian Gramelli e Sonia Canrossi. Petrolini ha lasciato l'aula del tribunale di Parma scortata dai carabinieri subito dopo la lettura del dispositivo. Tra il pubblico, i genitori della giovane sono scoppiati in lacrime. Tensioni si sono registrate tra il folto gruppo di amici della condannata e i giornalisti presenti, nei confronti dei quali sono stati indirizzati insulti. I carabinieri sono intervenuti per riportare la calma. Samuel Granelli, il padre dei due neonati uccisi, ha lasciato l'aula senza rilasciare dichiarazioni sulla sentenza. "Sono state solo parzialmente accolte le tesi della difesa". Lo ha detto l'avvocato Nicola Tria, legale di Chiara Petrolini, a margine della sentenza della corte d'Assise di Parma. Tria ha riconosciuto l'assoluzione per il primo omicidio contestato e la concessione delle attenuanti generiche, ma ha sottolineato come queste ultime non siano state riconosciute in misura di prevalenza, come la difesa aveva chiesto, così come era stata rigettata la richiesta di esclusione della premeditazione. Sul trattamento sanzionatorio, il legale non ha nascosto la propria posizione: "Per una vicenda come questa la pena avrebbe potuto e dovuto essere più mite, tenendo conto di molti fattori". Tria ha inoltre annunciato che la difesa non intende abbandonare il tema della patologia dell'imputata: "È quello di cui ho parlato molte volte, su cui non desisteremo". Quanto allo stato d'animo di Petrolini, l'avvocato ha riferito che la 22enne "ha preso atto della sentenza" e che "sperava in una sentenza più mite". La difesa valuterà l'impugnazione dopo aver letto le motivazioni: "Dobbiamo capire il percorso argomentativo che sorregge la decisione - ha concluso Tria - Vedremo come fare per eventualmente impugnare".
2026-04-24 12:30:00

Genova, Alpini insultati dalle transfemministe: "Molestatori, maschi tossici"
Transfemministe contro l'adunata degli alpini in programma a Genova dall'8 al 10 maggio. "Siamo in guerra. E Genova festeggia. Con una grande adunata che negherà il diritto allo studio, ai servizi educativi, alle aree verdi e parchi pubblici, alla libertà di circolazione in città ed esporrà molt3 a molestie e violenza", si legge sulla pagina Facebook dell'associazione "Non una di meno". Anche se si tratta di una festa simbolo di solidarietà, volontariato e spirito di corpo, c'è chi ancora sceglie lo scontro ideologico, parlando di "euforia nazionalista e patriottica" e di "un mondo fatto di divise, maschilità tossica e cameratismo militaresco". Parole forti che si scontrano con la realtà di un corpo, quello degli alpini, storicamente legato alle emergenze nazionali, dalla Protezione civile alle missioni umanitarie. Sulla pagina di "Non una di meno", però, si insiste: "La presunta inevitabilità della molestia, il primato dei festeggiamenti militareschi sul benessere collettivo, sanciscono una normalizzazione del sessismo e del militarismo che, oggi più che mai, non possiamo lasciar correre". E ancora: "Sotto il clima di festosa normalità si cela un immaginario che non ci appartiene: *Maschilità tossica e goliardia*: festeggiamenti di corpo militare che più di ogni altro evoca l’immagine di un patriottismo benevolo, incarnato da uomini cui dovremmo, in nome della loro dedizione alla collettività, concedere il vezzo di perpetrare molestie, abusi e insulti sessisti e razzisti; *Violenza di genere* : anni di denunce per molestie verbali, fisiche, abusi che ciclicamente accompagnano queste celebrazioni; *Militarismo normalizzato*: un modello che pone la guerra come evento inevitabile e fondante; *Diritti sospesi* : la scuola non è una priorità, l'educazione, le relazioni, le vite delle persone giovani si possono sacrificare per non disturbare la sfilata del maschilismo patriottico armato". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46738894]] Quando parlano di molestie, il riferimento sarebbe a quanto successo all’adunata di Rimini del 2022. In quel caso, furono lanciate delle accuse mai formalizzate però in una denuncia giudiziaria. Tutto era finito in una bolla di sapone. Ma le transfemministe insistono su questo punto. "Rifiutiamo di celebrare il connubio tra patriottismo e violenza patriarcale soprattutto oggi, in un mondo devastato da guerre, massacri e genocidio. Lottiamo ogni giorno per proporre nuovi immaginari liberi dalla violenza del patriarcato e della guerra. Vogliamo spazi pubblici, inclusi quelli scolastici, accessibili. Vogliamo città libere dal sessismo e dalle armi", si legge infine nel loro post. Per quel che riguarda la chiusura delle scuole, invece, se in questo caso sembra essere considerata come il male assoluto, non è stato mosso un dito invece quando l'interruzione dell'attività scolastica è stata causata da proteste , cortei studenteschi spesso degenerati in scontri, blocchi stradali e ferroviari organizzati da gruppi ambientalisti, occupazioni universitarie e manifestazioni pro-Palestina. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46664804]]
2026-04-23 02:08:00

Segato (Fismad): "A congresso primi risultati survey Agenas sulla gastroenterologia"
Roma, 15 apr. (Adnkronos Salute) - "Centinaia di sessioni per l'aggiornamento sulle ultime novità che riguardano la gestione delle malattie dell'apparato digerente, del fegato, del pancreas, dell'endoscopia, ma anche la formazione, le comunicazioni sui tantissimi lavori di ricerca italiana e l'impatto della tecnologia e dell'intelligenza artificiale in gastroenterologia e endoscopia, di particolare interesse e attualità. Saranno inoltre presentati i primi dati di un'indagine realizzata con Agenas per misurare gli esiti per queste patologie, dal punto di vista della salute, ma anche dell'impatto sulla sostenibilità del sistema". Così Sergio Segato, presidente della Federazione italiana delle società delle malattie dell'apparato digerente, comunica all'Adnkronos Salute i temi del 32° Congresso nazionale delle malattie digestive (Cnmd), promosso da Fismad, che riunirà circa 1.500 professionisti a Roma dal 16 al 18 aprile, per uno dei principali appuntamenti scientifici nazionali nell'ambito della gastroenterologia e dell'endoscopia digestiva. "Abbiamo la percezione che la gastroenterologia in Italia sia sottoconsiderata - spiega Segato - Abbiamo alcuni dati, per esempio, sulla gestione delle emorragie digestive in alcune regioni, che suggeriscono che il ruolo del gastroenterologo e delle Gastroenterologie vada riconsiderato. Non vogliamo essere autoreferenziali: vogliamo un lavoro oggettivo che produca dati utili anche per il decisore: da qui il coinvolgimento di Agenas", l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. "I malati gastroenterologici non sempre finiscono in Gastroenterologia, ma anche in altri reparti medici o chirurgici - chiarisce - Vogliamo verificare se l'andamento della loro situazione patologica è uguale quando sono ricoverati nel reparto specialistico oppure no”. Al congresso saranno presentati i dati principali, "ma il lavoro - precisa il presidente Fismad - sarà sviluppato nel corso dell'anno in modo più analitico. Da Agenas, ente terzo, ci aspettiamo indicazioni sia per il miglioramento interno sia per dare suggerimenti al decisore, basati sul mondo reale”. Dal punto di vista clinico, "oggi abbiamo diagnosi più precise e terapie endoscopiche meno invasive e cure farmacologiche più targetizzate - afferma Segato - Possiamo dare la terapia giusta al paziente giusto: fino a pochi anni fa le opzioni erano una o due e non c'era possibilità di personalizzazione". Anche la tecnologia ha un impatto importante, "soprattutto sul versante dell'endoscopia digestiva e operativa: ci sono metodiche che di fatto hanno ampiamente soppiantato la chirurgia nella gestione delle patologie biliopancreatiche, ma anche nel trattamento endoscopico dell'obesità, fino all'utilizzo di nuove strumentazioni che permettono di fare, per esempio, anastomosi, cioè collegamenti tra organi differenti". "L'endoscopia digestiva è uno strumento nelle mani del gastroenterologo che permette non solo la diagnosi, ma anche la terapia e la terapia palliativa di molte patologie che prima erano appannaggio esclusivo del chirurgo - illustra l'esperto - Per esempio, in caso di tumore pancreatico avanzato che ostruisce l'intestino, prima era necessario un intervento chirurgico per garantire l'alimentazione: oggi è possibile intervenire in maniera endoscopica, senza sottoporre il paziente a chirurgia. Si tratta di interventi palliativi, cioè non curano la malattia, ma alleviano sintomi importanti". A livello farmacologico, abbiamo molecole "potentissime e mirate sia per le malattie del fegato di tipo virale, sia per l'epatocarcinoma, sia per le malattie infiammatorie intestinali. Lo sviluppo tecnologico è quindi a 360 gradi, sia sul versante farmacologico sia su quello dei dispositivi per l'endoscopia”. Per quanto riguarda le prospettive, come società scientifica "lavoriamo su due binari: la formazione e l'interlocuzione con le istituzioni, basata sui dati. Tutto ciò che serve per aumentare la formazione in gastroenterologia, sia teorica sia pratica, è fondamentale - rimarca Segato - Sul coinvolgimento dei giovani, già oggi le comunicazioni scientifiche e le relazioni del congresso sono affidate per circa il 50% a professionisti under 45. Del resto le diverse società scientifiche promuovono durante l'anno numerose iniziative formative. Sull'altro versante - conclude il presidente Fismad - vogliamo essere rigorosi e fornire dati utili al decisore, grazie anche alla collaborazione con le istituzioni, per programmare sulla base della realtà clinica".
2026-04-17 09:30:00

Giuseppe Conte, l'ultima giravolta sui maxi-radar Usa
Troncare sopire, sopire troncare. Giuseppe Conte va a Niscemi, in Sicilia, per sbraitare contro il governo. Ma non dice niente del Muos, il sistema di comunicazioni satellitari, che si trova a pochi chilometri dalla cittadina siciliana colpita dalla frana, che garantisce agli Stati Uniti l’operatività militare nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Insomma, un architrave della politica estera americana e che, fino a pochi giorni fa, apertamente osteggiato dal Movimento 5 Stelle, che si è sempre posto alla testa delle proteste contro l’infrastruttura. L’ultima manifestazione per dire no al Muos è stata di quattro gironi fa. Eppure, Conte ieri su questo ha sorvolato. Nessun commento, niente di niente. Certo, il sospetto che si fa avanti è che sia la sua vicinanza a Donald Trump - di cui ha incontrato martedì il plenipotenziario a Roma, Paolo Zampolli, come raccontato da Libero - a spiegare la sua reticenza. Meglio non rompere troppo con gli Usa, nonostante le feroci invettive (pubbliche) contro la guerra scatenata da Washington contro l’Iran e il sostegno incondizionato dell’amministrazione americana a Israele. Del resto, come spiegare altrimenti il suo silenzio? Anche perché il tema è di stretta attualità: non solo perché il Muos è un tassello fondamentale delle operazioni militari americane in Medio Orienta, ma anche perché rischia di crollare, visto che sorge ad appena otto chilometri di distanza dalla frana che ha travolto Niscemi, all’interno della Riserva Sughereta. Il fenomeno franoso che interessa il Muos è indipendente da quello che ha interessato il paese di Niscemi, anche se geologicamente simile. E questo preoccupa gli abitanti: «Un abbassamento dell’inclinazione potrebbe comportare un abbassamento del raggio delle antenne con conseguenze molto gravi per la popolazione» denuncia il comitato No Muos. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47098133]] Ma di cosa si tratta? Il Mobile User Objective System, Muos appunto, è il grande sistema di comunicazioni satellitari della Marina militare statunitense. Per anni si è parlato del movimento “no Muos”, che si opponeva allo sviluppo militare della zona e per la paura di un potenziale inquinamento elettromagnetico. Ora, con gli attacchi congiunti di Usa e Israele contro l’Iran, quella struttura è tornata al centro del dibattito politico e del risiko mediterraneo. Si tratta di un sistema di comunicazioni satellitari a banda ultra-alta frequenza (Uhf) di nuova generazione, progettato e costruito da Lockheed Martin perla Marina degli Stati Uniti e pienamente operativo dal 2019. Niscemi è uno dei quattro nodi terrestri globali del sistema Muos: gli altri si trovano in Virginia (Usa), Hawaii e Australia. La posizione mediterranea della stazione siciliana è tutt’altro che casuale: da Niscemi si raggiunge infatti in tempo reale l’intero arco di crisi che va dal Nordafrica al Medio Oriente, dal Mar Rosso al Golfo Persico, rendendo la base un elemento irrinunciabile per le operazioni statunitensi nella regione. Attenzione, però: il Muos non è semplicemente un ripetitore radio, bensì il sistema nervoso delle comunicazioni tattiche e strategiche della Marina americana e, per estensione, di tutte le forze armate statunitensi che operano nelle zone di crisi. Il sistema garantisce comunicazioni voce e dati ad alta velocità e bassa latenza a oltre 18mila terminali militari mobili, collegando in rete centri di comando e controllo, droni Global Hawk e MQ-9 Reaper, sottomarini nucleari, gruppi navali d’attacco, unità di fanteria e missili Cruise. Con l’inizio dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran, il Muos di Niscemi è diventato immediatamente uno degli snodi più sensibili del conflitto. Il funzionamento dell’infrastruttura è continuo e sistemico: non può infatti essere “spento” o “sospeso” per le operazioni in un determinato teatro. Se i droni MQ -9 Reaper decollano da Sigonella per sorvolare il Golfo Persico, se i sottomarini nucleari americani nel Mediterraneo orientale ricevono ordini operativi, se gli aerei spia P -8A Poseidon trasmettono dati di sorveglianza, tutto questo transita, almeno in parte, attraverso la rete Muos e il nodo terrestre di Niscemi. Insomma, smantellarlo sarebbe, per usare un eufemismo, una bella grana per il governo. Ed ecco perché Conte ha messo la sordina all’argomento. Consapevole della delicatezza del tema, e desideroso di non inimicarsi Trump in vista di un suo (improbabile ma non certo impossibile) ritorno a Palazzo Chigi, il leader grillino sta studiando accuratamente tutte le mosse, attento soprattutto a non commettere passi falsi. A cominciare dal Muos. E poco importa se così si rinuncia a una battaglia storica. Tanto, non sarà certo la prima volta. L’importante difatti è galleggiare. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47098816]]
2026-04-03 01:45:00

Malattia cronica da trapianto contro l'ospite, via libera Ue a belumosudil 
Roma, 1 apr. (Adnkronos Salute) - La Commissione europea ha concesso l'autorizzazione all'immissione in commercio condizionata per belumosudil come trattamento della malattia cronica da trapianto contro l'ospite (cGvhd) in pazienti adulti e pediatrici di età pari o superiore a 12 anni con un peso corporeo di almeno 40 kg. Il farmaco è indicato quando le altre opzioni terapeutiche forniscono un beneficio clinico limitato, non risultano adeguate o sono state esaurite. Lo annuncia Sanofi in una nota, precisando che l'Aic condizionata è subordinata al completamento di uno studio controllato randomizzato e confermativo. Il via libera Ue segue il parere positivo del Comitato per i medicinali ad uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea dei medicinali (Ema), pubblicato il 30 gennaio 2026. "La Gvhd cronica è una condizione grave e potenzialmente fatale che comporta un profondo impatto fisico ed emotivo a una popolazione rilevante di pazienti dopo il trapianto di cellule staminali ematopoietiche allogeniche - afferma Mohamad Mohty, professore di Ematologia e Head of the Haematology and Cellular Therapy Department all'Hôpital Saint-Antoine e Sorbonne University, Parigi - In tutta Europa, molti pazienti continuano ad affrontare sfide significative nella gestione di questa malattia, soprattutto quando le terapie esistenti non offrono un beneficio adeguato. Questa approvazione rappresenta un importante traguardo, offrendo una nuova opzione terapeutica che ha il potenziale di migliorare significativamente la vita dei pazienti". Dichiara Olivier Charmeil, Interim Ceo & Executive Vice President, General Medicines, Sanofi: "Quasi 1 paziente su 2 con Gvhd cronica necessita di un trattamento di terza linea, eppure le opzioni terapeutiche disponibili per i pazienti in Europa in questa fase avanzata della malattia sono ancora limitate. Ci impegniamo con continuità a supportare i pazienti con Gvhd cronica e i loro caregiver e siamo lieti di offrire questa nuova opzione terapeutica ai pazienti che vivono con questa condizione debilitante e a lungo termine". L'approvazione si basa sui risultati di sicurezza ed efficacia di diversi studi clinici e su dati di mondo reale, riporta la nota. Questi includono lo studio randomizzato e multicentrico di fase 2 ROCKstar (studio clinico NCT03640481), che ha dimostrato risposte clinicamente significative e durature con belumosudil per pazienti che vivono con Gvhd cronica dopo trapianto di cellule staminali e almeno due linee precedenti di terapia sistemica. Il trattamento è stato generalmente ben tollerato. Sotto l'autorizzazione all'immissione in commercio condizionata, Sanofi condurrà un nuovo studio confermativo, controllato e randomizzato. Nel 2019 il medicinale è stato designato come 'farmaco orfano' (usato nelle malattie rare) per il trattamento della malattia cronica da trapianto contro ospite. A seguito di questa Aic condizionata, il Chmp dell'Ema ha anche formalmente adottato un parere sul mantenimento dello status di designazione di farmaco orfano per belumosudil. Oltre all'Ue, belumosudil è approvato in 20 Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Canada, per il trattamento di pazienti di età pari o superiore a 12 anni con Gvhd cronica dopo fallimento di almeno due linee precedenti di terapia sistemica, e in Cina dopo il fallimento di una linea precedente di terapia sistemica. Da allora, più di 20mila pazienti affetti da Gvhd cronica sono stati trattati con belumosudil dalla sua prima approvazione negli Usa nel luglio 2021. Belumosudil - dettaglia la nota - è il primo inibitore selettivo di Rock2 (proteina chinasi-2 associata a Rho contenente un dominio coiled-coil) (Rock2i) di Sanofi. Ha dimostrato di apportare beneficio in diverse tipologie di pazienti affetti da malattia cronica del trapianto contro l'ospite dopo il fallimento di almeno due linee di terapia precedenti. Sanofi è impegnata a studiare la sicurezza e l'efficacia di belumosudil in altre fasce di età e indicazioni, anche attraverso studi in corso in pazienti pediatrici a partire da 1 anno di età con cGvhd che sono stati trattati con almeno due precedenti linee di terapia sistemica e in pazienti con disfunzione cronica da allotrapianto polmonare. Queste indicazioni aggiuntive sono attualmente in fase di studio e non sono state approvate dalle autorità regolatorie. ROCKstar è uno studio registrativo di fase 2, in aperto, non controllato, randomizzato e multicentrico che ha valutato l'efficacia e la sicurezza di belumosudil in pazienti con malattia del trapianto contro l'ospite cronica che avevano ricevuto da due a 5 linee precedenti di terapia sistemica e necessitavano di terapia aggiuntiva. Un'analisi di follow-up di 3 anni, in aperto, dello studio ROCKstar ha valutato l'efficacia a lungo termine di belumosudil. Il trattamento consisteva in belumosudil 200 mg ed è stato somministrato continuativamente fino alla progressione clinicamente significativa della cGvhd o al manifestarsi di una tossicità inaccettabile. L'endpoint primario era il tasso di risposta complessiva (Overall response rate, Orr) a qualsiasi valutazione. I risultati dello studio hanno dimostrato un Orr migliore clinicamente significativo e statisticamente significativo del 74% in trattamento con belumosudil (n=77, Ic 95%, 63-83). Le reazioni avverse più comuni sono state affaticamento (46%), diarrea (35%), nausea (35%), dispnea (32%), tosse (30%) e infezioni delle vie respiratorie superiori (26%). La malattia cronica del trapianto contro l'ospite è una complicanza potenzialmente letale che può verificarsi dopo un trapianto di cellule staminali (o trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche) in cui le cellule del donatore (graft) attaccano le cellule dell'ospite, portando a infiammazione e fibrosi (cicatrizzazione o ispessimento) che possono danneggiare molteplici tessuti e organi. La cGvhd compromette gravemente la vita e interessa fino al 50% dei pazienti sottoposti a trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche. La cGvhd è considerata una delle principali cause di morbilità e mortalità tardiva non correlata a recidiva dopo il trapianto di cellule staminali. Le conseguenze sono di vasta portata, sia in termini di onere che può gravare sul benessere fisico ed emotivo dell'individuo, sia in termini di più ampio impatto socioeconomico.
2026-04-01 15:40:00

Un voto contro il delirio di onnipotenza di certe toghe
Dicono certi cantori del No che bisogna considerare non il «testo» della riforma ma il «contesto» politico. E sbagliano, perché lunedì, a urne chiuse, il governo Meloni ci sarà lo stesso (in salute maggiore o minore, questo lo vedremo): e allora tanto varrebbe, per ciascuno, attenersi al «testo», cioè al contenuto effettivo del cambiamento proposto. Chi è favorevole allo status quo ha validi motivi per votare No. Ma tutti coloro che, a mio avviso saggiamente, credono che la giustizia italiana abbia bisogno di una scossa faranno bene a votare Sì. Ciò detto, prendiamo a prestito l'argomento legato al «contesto». Ecco, perfino in quest'ottica, cioè considerando gli effetti complessivi del voto, la cosa più saggia da fare è spingere per il Sì. Ve lo immaginate il delirio di onnipotenza della magistratura militante in caso di vittoria del No? Già ora pretendono di contendere al Governo e al Parlamento l'indirizzo politico in materia di giustizia. Figurarsi cosa farebbero i signori dell'Anm se lunedì potessero dire di aver ricevuto un consenso popolare maggioritario. Non solo. Proprio chi è affezionato a quelli che gli americani chiamano «checks and balances», i pesi e i contrappesi, non può che constatare un'evidenza: il governo Meloni non corre affatto il rischio di «controllare tutto». Questa campagna ha dimostrato plasticamente che il grosso dei poteri reali (media, apparati dello stato, il piccolo ma influente deep state di funzionari pubblici, più il carro di Tespi di «artisti» a gettone) sta contro il governo. All'esecutivo si potrà semmai rimproverare di non aver saputo disarticolare quei sodalizi. Ma è evidente che Meloni, pur maggioritaria tra gli elettori, sia clamorosamente minoritaria nell'establishment italiano. Al contrario, se diventassero maggioritari gli altri, loro sì avrebbero «tutto»: giornali con pochissime eccezioni, programmi tv, apparati di stato, toghe politicizzate. Meglio evitare di sperimentarlo. A maggior ragione considerando i livelli di intolleranza che questi signori hanno già ampiamente dimostrato.
2026-03-21 06:40:00

Addio al "capo" Umberto Bossi. Chi era il Senatùr
È morto all'età di 84 anni Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord meglio noto come "Il Senatur". Nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, dopo la maturità scientifica si iscrisse all'università senza però terminare gli studi. "Ho fatto l'operaio, il perito tecnico, ho lavorato nell'informatica, ho studiato Medicina a Pavia, ho insegnato matematica e fisica" raccontava in un libro intervista. La politica era la sua passione, sempre nel segno delle idee autonomiste e federaliste. Il 12 aprile 1984, nello studio di Varese del notaio Franca Bellorini, appose la firma per l'atto fondativo della Lega Autonomista Lombarda: l'inizio di un'avventura con alterne fortune. Alle elezioni politiche del 1987, Bossi venne eletto senatore per la prima volta guadagnandosi così il soprannome di 'Senatùr'. Tre anni dopo, invece, il primo raduno sul pratone di Pontida, in provincia di Bergamo, con decine di migliaia di militanti della Lega Nord in cui confluiscono quelli della Lega Lombarda, la Liga Veneta e la Lega Piemont. Nel 1996 è la volta della "Festa dei popoli padani" con il rito dell'ampolla riempita di acqua del Po, proveniente dalla sorgente del Monviso e poi versata nella Laguna di Venezia. Un altro anno da segnare è poi il 1992: mentre impazza Tangentopoli, il Carroccio ottiene l'8,6% e porta in Parlamento 80 fra deputati e senatori. Due anni dopo, nel 1994, arriva la prima esperienza di governo con Bossi alleato della neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi. Un esecutivo di breve durata, che il Carroccio fa cadere. Il 'Senatùr' invocava intanto la Secessione per il Nord con uno slogan diventato celebre: "Roma ladrona, la Lega non perdona". Per non parlare del grande classico: "La Lega Nord ce l'ha duro". Il Sole delle Alpi è il simbolo prescelto. Bossi fece anche nascere il Parlamento della Padania, che si riunì più di una volta in alcune città settentrionali. La pace con Berlusconi lo riportò poi al governo nel 2001, come ministro delle Riforme istituzionali e la Devolution. Erano gli anni in cui portava avanti le sue battaglie politiche per l'autonomia del nord, che subirono uno stop a circa vent'anni dalla fondazione della Lega, l'11 marzo 2004, quando Bossi viene colto da un ictus cerebrale. Il Senatur affrontò una delicata riabilitazione in una clinica svizzera per riapparire dopo diverso tempo su un palco per un comizio. Iniziò così una fase complicata per il partito che ha ebbe il suo culmine con le dimissioni di Bossi da segretario il 5 aprile 2012, dopo l'inchiesta sullo scandalo dei diamanti in Tanzania con l'accusa di truffa ai danni dello Stato sui rimborsi elettorali. La guida del partito passò prima nelle mani di Roberto Maroni e poi, dal dicembre 2013, in quelle di Matteo Salvini. Per i leghisti Bossi resterà però per sempre il 'Capo'. Sigaro in bocca e Coca Cola in mano i suoi tratti distintivi, che hanno segnato gli ultimi 40 anni della storia politica italiana.
2026-03-19 20:50:00

Pd dilaniato dalla riforma elettorale: ecco i big che mollano il partito
Nel Pd si combatte a colpi di preferenze. E sotto traccia, neanche troppo, c’è chi studia la via d’uscita. Perché la nuova legge elettorale rischia di diventare il detonatore della resa dei conti interna ai dem di Elly Schlein. Altro che campo largo.Come racconta anche Il Giornale, una soglia di sbarramento al 3% potrebbe trasformarsi nel grimaldello perfetto per una scissione in piena regola. Lo schema è chiaro: Schlein punta a un partito posizionato stabilmente a sinistra, con liste blindate e fedelissimi in cima. I riformisti, invece, vogliono le preferenze, il confronto diretto con gli elettori, il peso del territorio. E mentre Fratelli d’Italia insiste con un emendamento per ripristinare la scelta popolare, il Nazareno si spacca. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46554622]]La segretaria, che in passato si era detta favorevole alle preferenze, ora traccheggia. I listini bloccati le consentirebbero di “infarcire” le candidature con uomini e donne di stretta osservanza schleiniana. Dall’altra parte, l’area vicina a Stefano Bonaccini alza la voce. Lo “Stabilicum è una schifezza. Noi vorremmo le preferenze”, sbotta Dario Nardella a Rai Radio 1. E Bonaccini rincara: “La politica ha un problema nel momento in cui riduce la partecipazione”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46574878]]Parole che suonano come un avvertimento. Perché la tentazione della fuga esiste. “Con la soglia di sbarramento al 3%, qualcuno potrebbe credere a un nuovo Terzo Polo con Calenda e magari con Silvia Salis”, confida al Giornale un esponente dell’ala liberal. Quindi, se si va allo scontro, qualcuno potrebbe salutare e approdare sotto l’ombrello centrista di Carlo Calenda, pronto a fare da ago della bilancia. I nomi che circolano: Pina Picierno, Graziano Delrio. Per ora sussurri. Ma la miccia è accesa. E mentre Schlein prova a tenere insieme il partito, la legge elettorale rischia di fare ciò che le correnti non sono riuscite a fare finora: dividere il Partito Democratico in due. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46572885]]
2026-03-04 03:15:00

Le bandiere russe e bielorusse alle Paralimpiadi. Tajani e Abodi contrari, Salvini a favore
"Il Governo italiano esprime la sua assoluta contrarietà rispetto alla decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di ammettere a partecipare alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 sei atleti russi e quattro atleti bielorussi con l'esibizione dei propri emblemi nazionali, inno compreso". A dirlo in una nota sono i ministri degli Esteri, Antonio Tajani, e dello Sport e i Giovani, Andrea Abodi, per protestare con la decisione del Comitato paralimpico internazionale di tornar a far sfilar le bandiere russe e bielorusse in una competizione sportiva mondiale. Di tutt'altro avviso però la Lega di Matteo Salvini che, invece ha dice: "Da sempre le Olimpiadi sono uno straordinario momento di sport, dialogo e amicizia fra i popoli. È quindi una notizia positiva che alle Paralimpiadi gli atleti di tutte le nazioni possano gareggiare sotto le loro bandiere". Il 6 marzo avranno inizio i Giochi Paralimpici di Milano-Cortina, con la cerimonia d'apertura che si svolgerà a Verona. Ma il dibattito al momento non è incentrato sulle future prestazioni atletiche quanto più su questa decisione. In realtà non è un fatto nuovo, la scelta è stata presa mesi fa. Ora l'Ucraina minaccia di non presentarsi alla cerimonia iniziale del 6 marzo. Il ministro dello Sport di Kiev, Matviy Bidn, ha detto che "è scandaloso, non saremo presenti alla cerimonia di apertura. Non parteciperemo a nessuno degli eventi ufficiali". Diserterà la cerimonia anche il Commissario europeo per la cultura e lo sport, Glenn Micallef, perché spiega di non poter "sostenere il ripristino di simboli nazionali, bandiere, inni e uniformi, che sono inseparabili da quel conflitto, mentre la guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina continua".
2026-02-19 08:40:00

Daily Crown: William più realista del re, avrebbe bandito Andrew già nel 2019
Londra, 16 feb. (Adnkronos) - Il principe William voleva che Andrew Mountbatten-Windsor venisse bandito subito dopo la sua intervista a Bbc Newsnight del 2019, che considerava una "macchia per la famiglia". In seguito alle rivelazioni sulla stretta relazione dell'allora duca di York con Jeffrey Epstein, William chiese che lo zio venisse immediatamente allontanato dalla famiglia reale "prima che la situazione degenerasse". Ne parla il Royal Editor del Mirror, Russell Myers, nella nuova biografia 'William and Catherine: The Intimate Inside Story', che sarà pubblicata il 26 febbraio e che contiene dettagli inediti sul principe e sulla principessa di Galles. Fra gli aneddoti presenti nel libro, spicca la discussione che William ebbe con il padre, il futuro re Carlo, a cui chiese l'immediata rimozione dello zio dalla famiglia reale, in netto anticipo, dunque, con la decisione, che il sovrano avrebbe preso nell'ottobre dello scorso anno, di privare Andrea dei titoli e delle onorificenze reali. Il principe di Galles litigò con il padre per le azioni di Andrew e gli chiese di bandirlo subito dopo la messa in onda della sua intervista all'emittente britannica, nella quale non si scusò per il suo legame con Jeffrey Epstein è né riconobbe che le ragazze erano vittime di abusi sessuali. Nella biografia, l'autore scrive che, dopo aver espresso preoccupazioni riguardo lo zio, William fu "rimesso al suo posto" dal padre. "L'intervista fu un disastro - dichiara Myers - non solo per Andrew, la cui reputazione era a pezzi, ma per la monarchia in generale. Improvvisamente il palazzo si ritrovò coinvolto in una vera e propria sparatoria, con interrogativi sempre più profondi sulla sua rilevanza nel mondo moderno, persino sulla sua sopravvivenza. In seguito, William parlò con suo padre per implorare lui e la regina di agire immediatamente, temendo non solo la reazione negativa dell'opinione pubblica, ma anche per il suo stesso futuro. Iniziò a "litigare" con re Carlo riguardo l'esilio di Andrea. "La decisione del sovrano di riportare il fratello in seno alla famiglia era una questione con cui William era fondamentalmente in disaccordo, a tal punto da sfidare direttamente Charles".Nel libro si legge: "Una fonte di palazzo vicina a William ha dichiarato: 'Il principe di Galles era irremovibile sul fatto che l'intera vicenda non sarebbe mai finita e, nonostante ciò che altri potrebbero aver pensato, non c'era assolutamente alcun vantaggio nel fatto che Andrew fosse protetto'. La sua opinione era chiarissima: Andrew non avrebbe dovuto avvicinarsi alla famiglia in nessuna circostanza, né per associazione, né alle cerimonie familiari, né in nessun luogo. Ogni volta che c'era una nuova rivelazione, di cui nessuno sapeva quando sarebbe arrivata o quale sarebbe stata la successiva, era una macchia per tutta la famiglia".
2026-02-16 12:50:00

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